Tecnostress, lo yoga come antidoto

Per liberarci dalle nuove forme di dipendenza dobbiamo intraprendere la strada dell’interiorità a partire dalla pratica di tapas

di Eros Selvanizza

La sintesi di questo seminario è un abbandonare i pensieri inutili, le chiacchiere mentali e orientare tutta la nostra mente verso un unico pensiero, che è quello del Divino. Ma questa è la conclusione. I pensieri sono una schiavitù, perché nascondono la nostra natura vera, essenziale. Sono un velo d’ignoranza che viene costruito e mantenuto come un muro. Ogni volta che pensiamo positivamente, si apre una breccia nel muro e intravediamo quello che c’è al di là di tutti i limiti presenti in noi, che ci costruiamo e vengono costruiti dalla società di cui facciamo parte.
Dobbiamo contrastare le innumerevoli forme di dipendenza e inquinamento in cui siamo immersi.
Prima di entrare nel cuore del tecnostress, facciamo una sorta di panoramica per orientarci nel vedere da cosa dipendiamo, ricordando che è la parola indipendenza il vero antidoto, renderci indipendenti. Tutta l’umanità ha lottato per questo e continua a lottare. Gli yogi hanno lottato per liberarsi dalla schiavitù interiore, che è la più terribile, perché meno visibile e di cui siamo meno consapevoli.
Vi sono tipi di dipendenze che riguardano le sostanze, la droga, l’alcool, le sigarette, anche il cibo.
Vi sono molte forme di dipendenze comportamentali, come il gioco d’azzardo e i giochi elettronici che si trovano nei bar con un giro d’affari enorme e persone che si rovinano. Vi sono dipendenze dal sesso, con rapporti sessuali compulsivi che si basano anche su immagini con un forte potere sull’inconscio.
Vi sono dipendenze dall’amore romantico e dovremmo interrogarci su questo perché, a prima vista, potrebbero apparire legittime, ma quando noi dipendiamo dai sentimenti e dalle emozioni di un’altra persona in realtà siamo schiavi di quella persona. È quasi triste dirlo, perché parliamo di un sentimento nobile come l’amore, ma dovremmo interrogarci su cosa sia il vero amore che è un aspettarsi nulla dagli altri. Le aspettative ci appaiono, invece, legittime e qui sta la grande trappola. Il vero amore è quello disinteressato.
Un’altra forma è l’ortoressia, l’ossessione psicologica per il mangiare sano, biologico.
E poi vi è la dipendenza da Internet e dai social media, l’Internet addiction.
E vi è la dipendenza dal lavoro, che dovrebbe essere uno strumento per la nostra e l’altrui evoluzione e non una forma di schiavitù. È questa una forma di dipendenza insidiosa, perché in qualche modo è consolidata dalla società. La persona che lavora tanto è una persona apprezzata, perché produce per sé e per gli altri ma, di fatto, è schiava dello psichismo collettivo e di quello che la società si aspetta da lei.
Altre forme di dipendenza sono il fitness come dipendenza dall’esercizio fisico estenuante, legato all’immagine di sé, lo shopping, la dipendenza dagli acquisti compulsivi e anche i tatuaggi, che risvegliano riti antichi, una sorta di nostalgia profonda.
E la religione che, se dovessimo valutare in termini di vite umane, in nome di Dio ha ucciso milioni di persone. La religione di per sé è qualcosa di molto valido. Il cristianesimo, l’induismo, il buddhismo sono messaggi straordinari, ma purtroppo l’uomo li ha resi strumenti di potere che schiavizzano interi popoli.
Ci sono centinaia di altri tipi di dipendenze, e alcuni sfociano in vere e proprie patologie del comportamento come l’anoressia, la bulimia, il masochismo.
Alcune dipendenze necessitano di vere e proprie disintossicazioni che diventano, sotto controllo medico, forme di liberazione dalla dipendenza.
La cosa importante, che riguarda insegnanti e praticanti di yoga, è prendere coscienza della situazione e assumersene piena responsabilità. Oggi la nostra società non ci vuole far pensare in termini di una visione di liberazione interiore, ma in termini di consumo. La nostra cultura scientifico-tecnologica ci cura con la chimica che non è certamente olistica. Molto spesso purtroppo, dopo la cura con farmaci, il disturbo si ripete o prende altre strade. Tutto ciò si basa su una sorta di deresponsabilizzazione. Così ci rendiamo dipendenti da tutte le proposte che vengono fatte e non solo dalla chimica farmaceutica e dalla medicina, ma anche dalle “cure alternative”. Coscienza e responsabilizzazione sono i primi passi per uscire da ogni forma di dipendenza.
L’inizio di questo processo consiste, quindi, nel riconoscere il problema e chiedere aiuto. Il primo aiuto dallo yoga è verso se stessi, a meno che non si abbia la straordinaria fortuna di avere un Maestro spirituale che vede molto lontano e il cui scopo è quello di liberarci.
Paramahansa Yogananda, a un certo punto del cammino col suo Maestro, pensa che in fondo ci siano anche altri Maestri in grado di portare nuove informazioni e conoscenze. Lascia il Maestro e per due anni va girando per l’Himalaya. Incontra diversi Guru, i quali lo trattano con sufficienza. Alla fine di questo pellegrinaggio giunge da un Maestro che gli dice: «Ma cosa vai cercando? Tu hai già un Maestro». Allora Yogananda prende coscienza che ha compiuto un giro inutile e il suo girovagare lo rimanda al punto di partenza. Torna dal suo Maestro.
È l’ora di cena, si associa agli altri discepoli e mangia con loro. Il Maestro non dice nulla e dopo cena Yogananda chiede di parlare col Maestro e gli dice: «Sarai arrabbiato con me. Sono stato via due anni. Mi avevi dato tutto, la tua fede, la tua forza di avanzare nella vita e io ti ho lasciato». Il Maestro risponde: «Non sono arrabbiato, perché dagli altri non mi aspetto nulla».
Noi invece ci aspettiamo tutto da tutti. Qualsiasi cosa ci è dovuta. È questo che ci rende schiavi. Le innumerevoli forme di dipendenza che sono dentro di noi partono da una mancanza di libertà interiore. E chissà che non siano un tipo di provocazione per farci giungere alla conclusione che, per liberarci dalle varie forme di dipendenza, dobbiamo intraprendere la strada dell’interiorità. Questa strada costa, costa tutti i giorni meditare mezz’ora, costa fare un po’ d’esercizio, avere un buon comportamento con gli altri. È disciplina e l’uomo, per natura, tende a sfuggire la disciplina e a essere schiavo di quelle che sono le proposte e suggestioni del mondo.
Se analizziamo i vari testi dello yoga e soprattutto lo yoga di Patanjali che ha avuto il merito di strutturare lo yoga in maniera comprensibile, vediamo che c’è un momento nei suoi Yoga Sutra che segna il passaggio tra la teoria e quella che è la vera e propria pratica. Il secondo capitolo comincia con la parola tapas. Tapas è una forma di austerità, di disciplina, la chiave per cominciare a modificare la nostra attitudine mentale, cosa che ci si aspetta sempre dagli altri. Quando noi parliamo con qualcuno, e siamo delusi perché non ci dà ragione o la pensa diversamente da noi, non pensiamo che quella persona si esprime e si comporta molto spesso come può e non come vuole, perché a sua volta è schiava di condizionamenti sociali, individuali, karmici, genetici. E quindi creiamo delle forme di inimicizia, senza pensare che ha avuto esperienze che la portano a pensare in quel modo.
La coscienza di quella persona percorre dei circuiti neuronali che le impongono di pensare e comportarsi in quel modo.
La dipendenza porta allo stato di non salute. La persona dipendente, che lo sappia o no, è parzializzata nel suo modo di essere, non ha libertà di azione e la mancanza di libertà non può portare vera gioia, vera conoscenza. Chi è dipendente non vive nel presente, ma nell’influenza del passato e delle preoccupazioni del futuro.
Quindi dipendenza è l’opposto di salute, perché la salute porta a un benessere, che porta a essere bene e infine a essere, la qualità dell’essere, pura esistenza, non condizionata dall’elemento tempo. Più cresciamo in consapevolezza e più la dimensione temporale si ridimensiona. Il tempo acquista una dimensione diversa. Gli antichi greci distinguevano fra tempo cronologico e tempo psicologico e spirituale, kronos e kairos. Tutti abbiamo fatto questa esperienza. Un momento gioioso, che ci piace e dura un’ora, ci sembra sia durato cinque minuti. E anche il contrario. Un’esperienza dolorosa di dieci minuti, ci sembra sia durata un’eternità.
Nel campo delle dipendenze corriamo dei rischi: rischi biologici come micobatteri, legionella, virus emergenti, rischi chimici in relazione a nuovi prodotti di sintesi, rischi da sostanze mutagene e cancerogene, rischi legati a microclimi particolari, rischi legati a stress da lavoro per i cambiamenti delle nuove organizzazioni del lavoro e dei nuovi strumenti di lavoro. E qui entriamo nel campo del tecnostress.
È vero che la natura umana si adatta, ma quante generazioni dovranno trascorrere prima di adattarsi a questi micro bombardamenti di inquinamento elettromagnetico, ottico, acustico? Ci sono varie forme di inquinamento e non sappiamo se col progresso tecnologico ci sia un uguale cambiamento nella struttura umana.
Non c’è una definizione univoca della parola tecnostress. Ogni scienziato e gruppo di ricerca dà la sua definizione. Possiamo definire questo termine come «l’insieme delle risposte psicologiche, fisiche e comportamentali a technostressors». Gli effetti sono technostrain e technoaddiction.
Il technostrain è una combinazione di alti livelli di ansia, stanchezza, scetticismo e inefficienza connessi all’uso delle nuove tecnologie e la persona sperimenta alti livelli di attivazione fisiologica, tensione e disagio.
Pensiamo anche all’inquinamento chimico e a quello elettromagnetico. C’è un gas, ad esempio, che si chiama radon, molto insidioso, volatile, cancerogeno, che si accumula facilmente nelle pietre, nei materiali edili e anche nelle camere. È uno stressor chimico continuo che ci bombarda di notte mentre dormiamo e siamo più inermi. È straordinaria, comunque, la resistenza che il corpo e la mente offrono a queste insidie delle quali non siamo consapevoli. Come difenderci in questo caso? Semplicemente tenendo la finestra aperta qualche minuto durante la notte, oppure lasciarla socchiusa.
Quanto della nostra ansia è dovuta ad agenti esterni, ad esempio all’inquinamento elettromagnetico?
L’attivazione dell’asse ipotalamo – ipofisi – adrenalinico comporta una serie di fenomeni che vanno ad alterare il funzionamento del sistema immunitario in particolare. Tutte queste forme di dipendenze esterne attivano un processo che ha una forte ricaduta sul corpo umano. Il cuore, ad esempio, quando c’è ansia lavora intensamente, accelera il suo ritmo. E tutto è accelerato, il fegato, lo stomaco, l’intestino che diminuisce la peristalsi.
Il cortisolo, l’ormone dello stress, ha effetti centrali, compresa l’inibizione del rilascio di gonadotropine, l’ormone della crescita e il TSH e effetti somatici, tra cui l’inibizione delle risposte infiammatorie e immunitarie.
Nello schema si possono notare gli effetti dell’eccesso di cortisolo nel corpo: diminuisce il metabolismo, aumentano depressione, ipertensione e fatica cronica, si crea una condizione di sonno più inquieto e vi è emicrania. Si può creare la visione del tunnel che avviene quando si è al limite dell’evento stressogeno, conosciuta dai tiratori e dai professionisti dei corpi speciali e che comporta una perdita della visione periferica. Vedono solo una parte dell’ambiente intorno, come se il resto fosse annerito. Altri effetti sono il reflusso gastrico, l’ostilità verso le persone, desiderio intenso, artrite, calo delle difese immunitarie. Se il nostro sistema immunitario è più debole, vuol dire che siamo ancora più dipendenti e vulnerabili da qualsiasi cosa possa capitarci.
L’altro gruppo di effetti del tecnostress è la tchnoaddiction, che è una specifica esperienza di tecnostress, causata da una compulsione incontrollabile nell’utilizzare le varie tecnologie, cellulari, computer, televisioni, tablet, ovunque e in qualsiasi momento per lunghi periodi di tempo in modo eccessivo. La vista è l’organo particolarmente attivo in queste circostanze e quest’organo, se da una parte è molto prezioso, dall’altra è quello che rende più vulnerabile il cervello. Il nostro cervello primitivo è molto sensibile alle immagini e poiché è legato agli istinti, queste immagini agiscono su un potenziale interiore molto forte con danni anche gravi. Quindi si dice che la persona dipende dalla propria dipendenza quando questa compulsione incontrollabile viene utilizzata molto a lungo. Ci sono persone che non possono fare a meno di avere il telefonino o di consultare Internet.
I technostressor sono, quindi, gli strumenti informatici costituiti da computer, telefonini, smartphone, tablet. Sono utilizzati per forme di comunicazione realizzate attraverso Internet, mail, social network, per messaggistica, per le più svariate ricerche, per connessioni costanti ed estemporanee, per videoconferenze e videogiochi, ecc.
Sono strumenti ed apparecchiature che vengono usati a lungo, in orario di lavoro e anche fuori, in sequenza, ma anche contemporaneamente.
Come esempio di uso patologico degli strumenti informatici e di comunicazione, possiamo trovare non solo un sovraccarico informativo e cognitivo, ma anche l’incapacità di elaborare le informazioni, di comprenderle e dare loro forma e logica.
Un altro esempio è il multitasking, cioè l’esigenza di rispondere a più richieste in contemporanea.
Vi è anche la dipendenza dalla posta elettronica, da Internet come dipendenza psichica dai vari device digitali e dalla rete di connessione dati, la dipendenza da smartphone e tablet, la dipendenza dalle connessioni sociali.
Questi sono tipi di violenza che ci suggestionano se non vi facciamo attenzione. Vi sono persone che fanno, anche in maniera saggia, una ricerca su un argomento e da quell’argomento, per concatenazione, si ritrovano, dopo tre ore, molto lontane dal progetto che si erano proposte di analizzare. E così la mente si perde in uno stato di dissoluzione.

(a cura di Doralice Lucchina – Dal seminario tenuto a Milano da Eros Selvanizza il 22 ottobre 2017)


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